Diario

Depressione: la mia lotta

Qualcosa non va

Cominciò tutto con le lacrime. Ne versai molte, troppe. Piangevo in classe, nella mia stanza, in autobus. Piangevo di giorno e di notte. Poi, a poco a poco, smisi di andare a scuola. Dapprima mi limitavo a uscire la mattina fingendo che ci sarei andata, mentre in realtà mi nascondevo nei giardini sopra casa; in seguito, quando ai miei genitori fu chiaro ciò che stavo facendo, non tentai più di nascondere il mio malessere. Diventai un tutt’uno con il letto, rimanendoci da mattina a sera, fatta eccezione per mangiare. Il cibo sembrava l’unica consolazione rimasta, ma alla fine anche quello cessò di farmi effetto.

Non ero più una persona, ma un vegetale. Tutto ciò che facevo era respirare. E pensare. Pensare tanto. Pensare troppo. Pensare male.

Fu allora che, dopo giorni interminabili vissuti nella mia testa, tra paranoie di giorno e incubi notturni, finalmente trovai il coraggio di ammettere a me stessa che avevo un problema. Quello fu il primo passo. Il secondo fu incontrare una psicologa. Diagnosi: depressione. Terzo passo? Uscirne, o almeno provarci.

Prigioniera di me stessa

Quando si è depressi ci si sente come intrappolati. Ti trovi in una cella di piccole dimensioni, vorresti scappare e sai che l’unico modo per farlo è aprire la porta che separa la realtà dalla tua prigione. Cerchi disperatamente la chiave, ma non la trovi da nessuna parte. Allora chiedi aiuto ai tuoi genitori, ai tuoi amici, alla persona che ami. Ma loro non capiscono. Non possono farlo. Perché i loro occhi non sono in grado di vedere le sbarre di quella prigione, soltanto tu sai della loro esistenza. Continuano a dirti di uscire di casa, di mangiare quel piatto così invitante che hanno preparato per te, di studiare, perché si tratta del tuo futuro in fondo.
Tu vorresti farlo. Vorresti uscire da quella dannata prigione, sentire il vento che ti accarezza la faccia, mangiare le lasagne che tua mamma ha cucinato, andare a scuola senza sentirti soffocare. Cominci a riflettere su come poter aprire quella porta, ci pensi ogni secondo, al punto che non riesci più a dormire. Alla fine capisci che non troverai mai la chiave.

Perché sei tu la chiave.

Sei tu che devi cambiare te stesso per trasformarti in quell’oggettino minuscolo che sarà la tua salvezza, ma ogni volta che ci provi i tuoi pensieri si trasformano in nuove sbarre, costruendo un’altra cella più piccola e più resistente. Non hai via di scampo. È un ciclo infinito che non riesci a spezzare. La cella continua a restringersi, al punto che non riesci più a respirare. L’unico modo che hai per sopravvivere è fonderti con essa.

E così diventi grigio, freddo, vuoto. Non senti niente, vivere non ha più senso.

Chiedere aiuto

La prima volta che entrai nello studio della mia psicologa fu come tornare a respirare dopo mesi trascorsi in apnea. Per molto tempo mi ero sentita incompresa e giudicata, come se agli occhi degli altri il mio problema fosse paragonabile a un semplice periodo di tristezza. A scuola tutti mi detestavano, convinti, non si sa per quale motivo, che stessi semplicemente fingendo per essere trattata con un occhio di riguardo dai professori. Niente di più sbagliato e offensivo. In famiglia l’intenzione di aiutarmi c’era sempre stata, ma nessuno riusciva a capirmi davvero, ragion per cui il risultato ottenuto era stato quello di farmi sentire peggio.

Trovare una professionista che sapeva realmente ascoltarmi e comprendermi senza alcun tipo di giudizio fu liberatorio. Le raccontai del groppo in gola che sentivo ogni giorno, così come del dolore alla pancia che mi impediva di svolgere ogni tipo di attività in maniera serena; le spiegai che sentivo la mia vita vuota, che mi ritenevo un fallimento e che ero estremamente sola; le descrissi come questo mostro avesse distrutto la relazione con il ragazzo del quale mi ero innamorata e di come, dopo la rottura, avessi realizzato di essere rimasta senza amici; le parlai di tutte quelle volte in cui il suicidio mi era sembrata l’unica soluzione.

Libertà

Fu un percorso difficile, lungo, pieno di ricadute. Ci volle tanto impegno, tanta costanza, ma soprattutto, un enorme coraggio. La psicoterapia non mi ha solo aiutato a sentirmi meglio, mi ha anche permesso di conoscere a fondo me stessa, di ammettere i miei difetti e apprezzare di più le mie qualità. Grazie ad essa le sbarre che mi tenevano prigioniera si sono assottigliate sempre di più, fino a scomparire del tutto. Finalmente potevo urlare al mondo: «Sono libera!»

Ciò che non mi uccide, mi fortifica

Mi sono chiesta spesso come sarebbe stata la mia vita senza la depressione. Il dubbio è sempre lo stesso: se potessi scegliere, riaffronterei quell’inferno? In passato probabilmente avrei risposto di no. Tutto pur di non rivivere quei momenti. Oggi, al contrario, sono orgogliosa di poter dire «Sì, rifarei tutto».

Qualche volta il destino assomiglia a una tempesta di sabbia che muta incessantemente la direzione del percorso. Per evitarlo cambi l’andatura. E il vento cambia andatura, per seguirti meglio. Tu allora cambi di nuovo, e subito di nuovo il vento cambia per adattarsi al tuo passo. Questo si ripete infinite volte, come una danza sinistra col dio della morte prima dell’alba. Perché quel vento non è qualcosa che è arrivato da lontano, indipendente da te. È qualcosa che hai dentro. Quel vento sei tu. Perciò l’unica cosa che puoi fare è entrarci, in quel vento, camminando dritto, e chiudendo forte gli occhi per non far entrare la sabbia. Attraversarlo, un passo dopo l’altro. Non troverai sole né luna, nessuna direzione, e forse nemmeno il tempo. Soltanto una sabbia bianca, finissima, come fosse fatta di ossa polverizzate, che danza in alto nel cielo. Devi immaginare questa tempesta di sabbia.

La depressione non è stata solo negatività, ma un punto di partenza. Senza questa malattia non sarei la persona che sono diventata oggi, non avrei raggiunto nessuno dei miei traguardi. Tutti gli anni passati a lottare contro di essa hanno permesso alla mia anima di trovare l’equilibrio che ho sempre cercato. Ogni ricordo doloroso, ogni cicatrice, ogni sofferenza che ho provato hanno valorizzato di più i momenti di felicità.

Poi, quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e a uscirne vivo. Anzi, non sarai neanche sicuro se sia finita per davvero. Ma su un punto non c’è dubbio. Ed è che tu, uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi era entrato. Sì, questo è il significato di quella tempesta di sabbia.

HARUKI MURAKAMI

Ogni tanto capita che il mostro torni a farmi visita. Cerca di impadronirsi di me un’altra volta. A guardarlo bene, sembra proprio un dissennatore proveniente dal mondo di Harry Potter. Allora dico a me stessa che so esattamente come sconfiggerlo. Penso ad un ricordo felice: una serata sul divano abbracciata all’uomo che amo, Sirius che mi fa le feste, mamma che mi dice di essere fiera di me. Il mostro se ne va. Sorrido. Va tutto bene.

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